Deve la sua diffusione crescente nei vigneti siciliani alla capacità di prestarsi in maniera ottimale ai più moderni stili di vinificazione per dare vini dagli intensi profumi, con un ampio bouquet che va dagli avvolgenti sentori fruttati alle delicate sfumature floreali.
Con la sua polpa ricca di zuccheri e la buccia molto spessa ma tanto poco colorata da apparire quasi trasparente, è stato per decenni uno dei vitigni principali per la produzione del Marsala.
Giocava a favore della suo utilizzo anche la tendenza a subire una veloce ossidazione, caratteristica essenziale per i vini liquorosi come il Marsala che appunto sull'ossidazione fondano i loro profumi e il loro gusto.
È il vitigno più rappresentativo, oltre che quantitativamente più coltivato, tra i siciliani a bacca nera. Da sempre ricercato per la grande quantità di zucchero e sostanze coloranti concentrate negli acini, che producono così vini di grande potenza, negli ultimi 20 anni è stato il protagonista di una delle più spettacolari rinascite nel mondo del vino italiano.
È da sempre la varietà a bacca bianca più coltivata in Puglia, ma pochi ne hanno sentito parlare anche se molti ne hanno, in un modo o nell'altro, bevuto il vino che se ne ricava.
Sembra un indovinello da Settimana Enigmistica ma è l'identikit della verdeca, vitigno di poche pretese e grande vigore, tradizionalmente destinato alla produzione di massa per dare corpo ad anonimi vini da tavola o ad essere usata come base neutra per l'elaborazione di Vermouth.
Crljenak Kaštelanski. Questo impronunciabile sclioglilingua sembra essere la soluzione definitiva del mistero dell'origine del primitivo.
Un mistero che, per la verità, più che gli studiosi di casa nostra ha appassionato per decenni quelli americani. I quali sono incappati nel primitivo mentre erano sulle tracce dello zinfandel, vitigno emblema della California e a lungo considerato l'unica varietà da vino autoctona del Nord America. Niente da fare, una trentina di anni fa si è scoperto che lo zinfandel altro non era che il primitivo.
È una delle varietà bianche di più nobile tradizione della Campania e, soprattutto, dell'Irpinia. Terra dal suolo ricco di minerali e dal clima allo stesso tempo mediterraneo e montano, con le forti escursioni di temperatura tra il giorno e la notte che favoriscono la concentrazione negli acini delle sostanze che danno al vino eleganza e ricchezza di profumi.
Nella moltitudine di vitigni autoctoni dimenticati e poi frettolosamente riscoperti sull'onda della moda, il campano fiano emerge per la continuità ininterrotta della sua coltivazione.
Un successo senza cedimenti fondato sulla capacità di questa varietà di dare vini che coniugano l'eleganza sottile dei profumi con una straordinaria ricchezza e freschezza in bocca. Vini per palati fini, molto apprezzati dall'imperatore Federico II come dal re Carlo d'Angiò e, prima di loro, da molti nobili romani. Come oggi sono apprezzati in Italia e, sempre di più, nel mondo.
Prima che partisse il revival dei vitigni autoctoni cominciato una decina d'anni fa, la falanghina ha rischiato di scomparire.
Quella del trebbiano è una famiglia di vitigni vastissima. Comprende molte varianti regionali, a partire dal più diffuso di tutti, che può essere considerato il capostipite: il trebbiano toscano.
Ma il nome viene tradizionalmente usato anche per varietà che con il trebbiano non hanno rapporti di parentela genetica. Come il trebbiano di Soave e il trebbiano di Lugana, che sono in realtà cloni locali del verdicchio.
Questo vitigno dai grappoli grossi con acini che, nelle parti esposte al sole, tendono a prendere un colore ambrato, è in grado di dare vini bianchi la cui qualità supera di molte lunghezze quella di alcune delle più blasonate e costose etichette del mondo.