Il pianeta degli appassionati di vino si divide tra gli estimatori del cabernet sauvignon e gli amanti del pinot nero come l'Italia medioevale era divisa tra Guelfi e Ghibellini.
Naturalmente nessuno impedisce che una persona non portata alla faziosità possa, magari in momenti diversi, ammirare sia la potenza razionale del cabernet sia abbandonarsi alla sensualità del pinot nero, una varietà di difficile coltivazione, facile alle malattie e dotata di una irrefrenabile tendenza alle mutazioni genetiche. Indizi di quello che recentemente hanno confermato gli studi sul Dna: il pinot nero è uno dei vitigni geneticamente più antichi che si conoscano.
La sua buccia sottile che si lacera facilmente dà ai vini un caratteristico colore caldo, raramente molto scuro. Vini che si riconoscono per l'avvolgente profumo di ciliegia e spezie, che con il tempo può evolvere verso sentori dal fascino irresistibile che ricordano più il mondo animale che quello vegetale, come accade nei grandi Borgogna dopo un lungo invecchiamento.
La buccia sottile significa anche che, a differenza del muscoloso cabernet, il pinot nero abbonda più in acidità che in tannini e così è possibile apprezzarne pienamente il fascino anche quando è relativamente giovane.